mercoledì 22 agosto 2018

Roberto Saviano: La paranza dei bambini


Maraja,  è il nome di un locale famoso della Napoli da bene, è anche il ‘’contro nome’’ di Nicolas Fiorillo.

Nella Napoli raccontata da Roberto Saviano nel libro la Paranza dei Bambini, non esistono nomi di battesimo, o sostantivi personali. Con un linguaggio tagliente come solo il napoletano classico sa fare lo scrittore trascina il lettore tra i vicoli adiacenti a Via Toledo.

 È tra quei vicoli che si consuma la tragedia personale,  di Nicolas e dei  bambini mancati della paranza:
‘’Il tempo è ancora tempo quando  puoi immaginare’’ pensa  Maraja  quando guardando il padre professore di educazione fisica decide che togliersi il fumo non basta, è il momento di mettere su una paranza tutta sua.

Un bambino che gioca a fare l’uomo o un uomo che non è mai stato bambino? È la domanda inevitabile che si pone il lettore mentre legge di questi ragazzi imparano ad usare la scuola come alibi, quando sparano su un gruppo di ragazzi africani, perché  l’esercitazione sui tetti della Sanità non basta.
Alle lezioni Maraja preferisce gli incontri con l’Arcangelo un vecchio camorrista che vive rintanato in un vano ricavato dietro il salotto di due vecchi professori ormai in pensione.

Per essere capo, per essere battezzato  devi fare il morto. È questo l’ultimo insegnamento che l’Arcangelo lascia a Maraja  per formare la sua paranza, ed è su questa linea che si muovono i passi del protagonista, che tra la lettura di Macchiavelli l’autore preferito  dal piccolo camorrista ‘’pkkè sap cummannà’’ , il covo e le prime esercitazioni con le armi Maraja e i suoi scugnizzi corrono lungo il sentiero della malavita, esattamente come fanno  quando sono sui motorini, travolgendo  tutto quello che trovano.

Ed è proprio su quelle strade, in un modo del tutto inaspettato che Nicolas segue il suo destino in un modo che solo la vita sa fare, Tra forcella e i tribunali: ‘’all’improvviso cominciò a piovere a piovere forte e senza tuoni .La strada si annerì di ombrelli aperti come se tutta Forcella e i Tribunali avessero atteso quello scroscio come una liberazione. Fra la marea di ombrelli il carro si aprì lo spazio con fatica. Solo la paranza si prese l’acqua addosso.

La morte e l’acqua sono sempre una promessa. E loro erano pronti a passare attraverso il Mar Rosso.’’






domenica 4 marzo 2018

Michela Marzano : L’amore che mi resta


Maternità, perdita di un figlio, suicidio, l’idea dell’amore come salva vita ,  sono questi i temi che Michela Marzano con una scrittura  profonda senza essere invasiva proprio con un bisturi indaga scava e trascina il lettore dentro  la storia, dove la descrizione dei luoghi o la descrizione fisica dei  protagonisti lascia spazio alla caratterizzazione del loro io. 

Daria è una donna realizzata, un marito che la ama due figli Giada e Giacomo che non le hanno mai dato problemi,  passa le sue giornate ad accudire la casa e il marito docente universitario; dalla vita  ha avuto quello che voleva essere, Madre.


La sua vita cambia  una sera quando Giada si suicida. Da questo momento  inizia il lungo viaggio di Daria alla ricerca di una spiegazione, qualcosa che le facesse capire in cosa avesse sbagliato lei e cosa tormentasse la primogenita.

Nella sua lunga ricerca  fatta di silenzioso dolore, da cui nemmeno il marito e Giacomo  il secondo figlio riescono a svegliarla, Daria ripercorre la propria vita, partendo dal desiderio di essere madre, a tutti i costi e diversa dalla sua, passando per l’adozione di Giada,  fino al giorno della rivelazione.

‘’Ma tu quando sei venuta a prendermi era perché volevi una bambina o perché mi volevi bene?’’

Chiede Giada alla madre, quando  gli viene rivelato di essere stata adottata. Il diritto dei figli alla  conoscenza delle origini è un altro tema che Michela Marzano  racconta attraverso  la storia di Giada. 
È  su questo asse che continua la narrazione, raccontando senza fronzoli uno dei temi più controversi  del nostro tempo. Il diritto all'anonimato della madre, il non diritto dei figli non riconosciuti, il bisogno di sapere delle proprie origini. E quella mancanza che rimane,  anche quando ad accoglierci c’è l’ amore di chi ti accoglie senza chiederti nulla, senza conoscerti anche se non sei del ventre, anche se non hai i suoi occhi o la sua bocca, anche se quelle braccia attendono solo di darti amore, convinte che l’amore basti, che salvi.
L’amore non salva mai, non basta mai, in tutte le sue sfaccettature,
alla fine quando la vita si stanca,
l’anima si spezza. L’unica cosa che resta è l’amore.

mercoledì 24 gennaio 2018

Sergio Nazzaro: Io, per fortuna c'ho la camorra

Ci sono libri che ti conquistano subito, ma a volte non basta…
sergionazzaro.ioperfortunac'holacamorraPer un motivo o per un altro si finisce sempre con il rimandare così sono passati più di 6 anni da quando, girando tra gli scaffali della vecchia edicolè a Giugliano vidi per la prima volta il libro.
Per chi vive, in alcuni posti, per chi l'aria di camorra la respira tutti i giorni, leggere questo tipo di libri è un parto doloroso, inevitabilmente finisci con il fare i conti con te stesso, con quello che pensi; inizi a leggere e riga per riga, pagina dopo pagina inevitabilmente ecco la frase, o la pagina che ti da una scossa. Forse anche per questo, molti miei conterranei evitano di leggere questi libri, nascondendosi spesso dietro a frasi del tipo:'' si parla male dei meridionali'', ''Non siamo tutti camorristi'', ''speculano sulla nostra situazione'' e tante altre ancora….
La verità è che leggere questi libri, dalle mie parti è come andare dallo psicologo.
È tabù, si fa ma non si dice.
Sergio Nazzaro è il Virgilio di un viaggio di 24 ore in terra di camorra, partendo da Mondragone, passando per Pescopagano, Casale di Principe, Castelvolturno e il Villaggio Coppola.
Le storie che racconta Nazzaro però non sono quelle di dannati,ma di persone comuni,piccole figure intrappolate nel quadro grigio della camorra dove le sfumature come Federico del Prete sindacalista di Casale di Principe, (o ancora Michele Landa e Fortunato Montella.) vanno cancellate.
Stonano con tutto il resto e non importa se sono metronotte, pensionati, ambulanti che dicono no al pizzo,per quanto piccoli stonano con tutto il resto e per questo vanno cancellati, in un unico colpo, ma con metodica. Prima le minacce, poi l'isolamento e infine l'esecuzione efferata, perché tutti sappiano, capiscano il messaggio. Così al funerale pomposo degli affiliati si oppongono cerimonie silenziose, quasi deserte, perché ci sono morti che meritano le prime pagine, e Uomini che finiscono in un paio di scarpe.
Piccole figure, che si accendono e anche se per poco illuminano tutto il resto.
Ma “io per fortuna c'ho la camorra” non è solo un susseguirsi di storie, o denunce,non c'è nessuna retorica, è un analisi spietata.
Una riflessione dolorosa su un mondo a parte che nonostante la monnezza, la coca , il degrado e l'abbandono di uno Stato che si ricorda di questo pezzo di mondo solo durante la campagna elettorale.
 Ha  il coraggio di risplendere, non importa se sono fiammiferi isolati che vivono il tempo di una scintilla, nè se a scriverlo è un giornalista senza un giornale alle spalle(perdonate il gioco di parole), l'importante è leggerli questi libri, senza nascondersi, senza paure e quando senti il bisogno di fermarti, di sottolineare una frase e di pensarci sopra per giorni, non aver paura è solo il fiammifero che sbatte sulla tua coscienza per accendere la miccia.

Tiziano Terzani: Il sultano e San Francesco

A quelli che commentano i video dei bombardamenti francesi in Siria, a quelli che scrivono :
ammazateli tutti!Uccideteli.
A quelli che si riscoprono Fallaciani dell'ultima ora, a quelli che si fanno delle domande, leggete la lettera che Tiziano Terzani pubblicò sul Corriere della Sera l'8 ottobre del 2001:
Il sultano e san Francesco

Scaricabile tramite link, oppure consultabile sul sito del Corriere Della Sera.

Saimo Tedino: Fuggirò con le scarpe e la sposa…. Prima o poi.

Disponibile su Amazon in dawoload gratuito l'ebook di Saimo Tedino tiene fede alle promesse del titolo.
Saimo TedinoUna laurea in discipline dello spettacolo, il sogno di scrivere un libro e promuovere il film. Il giorno della laurea, Saimo Tedino ha il futuro in tasca, una linea da percorrere, tutto sembra dovuto a portata di mano. Deve solo proseguire. Un viaggio in America come regalo per la laurea e poi la strada per il successo.
Invece Saimo, si ritrova dopo la laurea a frequentare un corso gratuito d'inglese, per giovani disoccupati. Un ingenerare, un avvocato e una giovane studentessa che gli ricorda i suoi anni all'università, quando tutto sembrava possibile e quando i sogni prendono il sopravvento sulla realtà, che invece di portarlo tra nelle librerie e nei cinema italiani, lo conduce in un negozio di scarpe, come commesso.
E mentre i suoi colleghi approfittano del bagno per sgranocchiare una mela, così non sprecano tempo, il giovane protagonista, passa le sue giornate a vendere scarpe. Ora a questo ora a quel cliente.
Avrebbe voluto fare lo scrittore o al massimo il calciatore. Avrebbe voluto, ma non ha potuto. Dei suoi temi al liceo rimane un vecchio ricordo sbiadito di un professore che invitandolo a leggere il tema di un suo compagno di classe, gli dice :
<<Adesso hai capito perché te l'ho fatto leggere?>>
<<Sentiremo in futuro parlare di Gianvito Bonamassa.>>
Dopo anni di Gianvito Bonamassa e delle sue bucoliche mattinate in montagna con il padre, non si è saputo più nulla. Intanto Saimo Tedino che con la sposa non è più fuggito e le scarpe le ha lasciate in un bagno; ha scritto un libro.
Una bella storia, scorrevole e leggera anche se a tratti lascia l'amaro in bocca. Uno stile che non annoia mai e sopratutto personaggi che finalmente è il caso di dirlo , non sono degli eroi perfetti nel loro fisico, ma persone con la loro storia, i loro sogni e fallimenti.

Fbiola de Clercq: Tutto il pane del mondo


 

Con queste parole si apre il romanzo di Fabiola de Clercq Tutto il pane del mondo edito da Bompiani già nel 93 il libro fu riscoperto nei primi anni del 2000.
             “Faccio sforzi sovraumani per dimostrare che la mia condizione non mi impedisce di fare una vita apparentemente normale.
Nello stato di deperimento in cui sono sfido il freddo, il caldo, la stanchezza e … la fame.
Per dimostrare la mia volontà di vivere malgrado tutto, io non vivo. Sto mimando la vita come un’attrice interpreta una parte. Ora non sono più capace di uscirne. “
Un padre che scompare nel nulla, una sera di Novembre una bambina che per tutta la sua vita convive con quella inspiegabile assenza e una famiglia allargata che si muove tra Bruxelles Cannes e Santa Margherita, luogo di vacanza estive. Dove si insinua il fantasma dell’anoressia che diventa bulimia, gli abusi sessuali, la mancanza del padre, il rapporto conflittuale con  una madre assente e nel mezzo la vita.
Che la protagonista vive senza vivere, tra amori mancati cadute e rinascite. L’ apparente serenità di una famiglia ‘’allargata’’ che basa i suoi rapporti su un affettività che muore nella formalità e che  porta la giovane protagonista  a tracciare su di sé la linea che divideva lei dalla madre.
Come sua madre  accetta con  dissacrante serenità  la violenza che la protagonista ancora bambina  subisce in un vagone letto durante un viaggio in treno da parte di uno zio. Così Fabiola accetta con la stessa dissacrante serenità la  bulimia  che non le impedisce almeno apparentemente di ‘’vivere’’ senza vivere la vita.
 Tra amori che iniziano senza iniziare mai farlo  davvero; Fabiola si scontra con  lo stigma della ragazza che bulimica perché non si piace  fisicamente e per questo stupida, una madre che  non la vede e un lungo percorso terapeutico  che culminerà con la nascita del centro ABA.